
Dell'Uva Non si Butta via Niente!
Quando guardiamo l'uva il primo pensiero che ci sfiora è proprio quello del vino! Ma l'uva in realtà non è così scontata e tantomeno la sua trasformazione.
Per millenni, e in luoghi diversi del mondo, il vino è stato prodotto, consumato e conservato in modi e recipienti diversi. Gli antichi romani, ad esempio, usavano conservarlo in anfore di terracotta; lo allungavano spesso con dell'acqua e lo aromatizzavano con spezie e/o miele.
Noi siamo abituati oggi a vederlo così, sotto forma di bottiglia da 0.75 l. Questo perché la resa media per un chilogrammo di uva è proprio 0.75 l di mosto (naturalmente dipende da molteplici fattori, dal tipo di vitigno all'annata). Esiste anche una magica coincidenza: la capacità polmonare dei soffiatori di bottiglie del '700 era proprio di 0.75 l. Coincidenza o magia, oggi 0.75 l è il formato standard della bottiglia di vino.
E il resto che fine fa? Beh, dell'uva non si butta via proprio niente! Il raspo, che non viene più tenuto in macerazione come una volta, può essere sapientemente impiegato come concime organico. Le vinacce vengono conferite in distilleria per la produzione di grappa di qualità. E la vinaccia stessa, una volta esausta, può diventare concime o combustibile organico. Persino i semi trovano il loro posto in questo ciclo, donando il pregiato olio di vinacciolo, ricco di antiossidanti e polifenoli (proprio come l'uva!) e con proprietà emollienti e nutrienti.
Il ciclo rinnovabile dell'uva segna il ritmo annuale della viticultura, che Marenco segue ormai da più di 100 anni.



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